Mi sembra ancora di sentire il suono del proiettore. VRVRVR…
Siamo a cavallo tra gli anni ‘60/’70 e il nostro papà, che amava le novità tecnologiche, acquistò subito una cinepresa Super 8, e anche un proiettore. La pellicola era avvolta su una bobina, e veniva proiettata su uno schermo riavvolgibile, ma anche sul muro. A noi tre bambine era proibito toccare, anche solo sfiorare, proiettore e schermo, ma forse proprio per questo la proiezione era un momento affascinante.
Sedute per terra, guardavamo lo schermo dove noi tre giocavamo. Andavamo in bicicletta sul terrazzo girando all’infinito sui nostri potenti e minuscoli mezzi. Oppure andavamo in altalena, spesso in due, sedute con le gambe penzoloni: una di noi le teneva di qua, l’altra di là, schiena inarcata e faccia al cielo, cantando la stessa cantilena andiamo sulle nuvole, andiamo sulle nuvole, andiamo sulle nuvole… Il video naturalmente era muto, ma le immagini richiamavano subito quello che era per noi come un mantra.
Un altro video ci riprendeva in una piazza di Chiavari, sulle macchinette che andavano a monetine, e avevano la gomma tutto intorno, in stile autoscontro. Io, che avevo la sfortuna di essere la più piccola, stavo sempre nel posto dietro. Le mie sorelle invece potevano guidare.
Nella stessa piazza c’era una grande palma che aveva un diametro di almeno un metro, in un’aiuola abbastanza grande da lasciare qualche cm di terra intorno, tanto da poterci camminare. E siamo state riprese a nostra insaputa, mentre ci inseguivamo senza fretta, con le nostre gambette magre, intorno al tronco della palma che nascondeva l’una alla vista dell’altra. Ogni tanto era divertente fermarsi e girare nella direzione opposta, per spaventarci a vicenda.
Non so se fossimo più tonte rispetto ai bambini di oggi, ma noi ci divertivamo così.
Grazie a quei super 8 sono rimasti impressi nella memoria molti dettagli di quegli anni. Per esempio, ricordo benissimo il mio letto nella casa di Chiavari: era accostato alla parete sula quale avevo appeso una stella marina. Me l’avevano regalata un ragazzo e una ragazza alla stazione (che stazione fosse, e cosa ci facessimo là, non lo ricordo). Chissà con che insistenza l’avevo guardata, per spingerli a regalarmela… Che imbarazzo avevo provato in quel momento… me lo ricordo ancora a distanza di più di cinquant’anni.
Il fatto di essere video muti, favoriva l’osservazione, l’attenzione ai dettagli, rendendo le immagini più intense. Cercavamo di indovinare o di ricordare ciò che ci eravamo dette, e questo stimolava la memoria. Per esempio, ricordo un video in cui noi tre, a Castione della Presolana, giocavamo in un prato con i figli di amici dei nostri genitori. Io indossavo una maglietta blu e un paio di bermuda a righe sottili bianche e blu. Non so se avrei ricordato quella giornata senza quel filmino, ma soprattutto non avrei ricordato il tormento di quei bermuda: avevano un filo di nylon che usciva dalla cucitura interna, che mi aveva graffiato l’interno della coscia e bruciato tutto il giorno. E questo non si vede nel video.
Il filmino che mi fa più tenerezza è quello che si svolge nella nostra casa di Milano, al sesto piano di un palazzo in zona Bicocca. Probabilmente la cinepresa era in mano a zio Franco, fratello di papà, l’unico a cui era concesso usarla. D’altra parte nostra madre non l’avrebbe mai presa in mano per paura di romperla.
Tutto inizia sul balcone, vicino alla portafinestra del salotto, dove le mie sorelle, molto piccole, sono in piedi una accanto all’altra, e guardano la cinepresa.
Sono belle, con i vestiti fatti da zia Isabella, che di solito ne faceva tre tutti uguali, di tre taglie diverse, e quando uscivamo sembravamo gemelle. Io odiavo i vestiti, volevo mettere solo i pantaloni, e invece, crescendo mi è toccato ereditare anche quelli delle mie sorelle. Devo riconoscere che però erano vestiti bellissimi, a giudicare da foto e video. Ma torniamo sul balcone, dove le mie sorelle, tutte carine e ben pettinate, stanno lì apparentemente tranquille, e Maria Chiara, la più grande, dice qualcosa. A un tratto, con una velocità supersonica sferra un ceffone a Betta. Lei, mentre protesta con la faccia di chi voleva piangere, si dà schiaffi da sola. Forse per mostrare quello che aveva subito, ma non è chiaro il motivo.
La cinepresa entra in salotto, dove c’è il papà sorridente. Con lui ci sono io, seduta in uno scatolone, e lui lo spinge facendolo scivolare sul pavimento. Io avrò avuto un anno, non di più, e rido divertita, anche quando poi arriva Maria Chiara a spingermi.
Mi è già capitato di dirlo: vedermi nel passato, sorridente, spensierata, mi fa molta tenerezza perché quella bambina che ride seduta nello scatolone, non ha la minima idea che la sua vita sarà spezzata in due. Fino a 36 una vita semplice, ma bella, divisa tra lavoro, famiglia e amici, e da lì in poi sarebbe iniziata una vita completamente immobile.
C’è chi vuole conoscere il proprio futuro, forse perché spera di modificarlo, o forse per prepararsi a ciò che lo aspetta. E io cosa avrei fatto, se avessi conosciuto il futuro che mi aspettava… Si può impazzire.
No no. Era giusto che quella bambina giocasse nello scatolone, che sognasse di andare sulle nuvole con l’altalena, che andasse a studiare con le amiche sulla bicicletta nera di papà mangiando una mela croccante, e che qualche anno dopo, sulla stessa bicicletta portasse al parco i suoi bambini seduti nei seggiolini. Tutta quella felicità le sarebbe servita per accettare che la vita sarebbe cambiata per sempre.






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